sabato 12 marzo 2016

“IS LESBICAS CONTENDESI', TRA VERITA' E BUGIE”.


Il dibattito politico e culturale sardo in questi giorni è stato in parte occupato dalle polemiche sorte intorno all'evento dal titolo “Le lesbiche si raccontano - Is lesbicas contendesì”, un laboratorio di tre giorni destinato ai bambini ed allestito nei locali del Lazzareto di Cagliari.
Critiche e contro-critiche hanno però deviato la discussione pubblica su aspetti marginali o dai presupposti scorretti: la manifestazione (promossa da ARCI, Associazione Famiglie Arcobaleno e dalle psicologhe dello studio Psynerghia) non si svolge all'interno di una scuola durante l'orario di lezione obbligatorio, ma la partecipazione è una libera scelta dei genitori, che intendono iscrivere i propri figli al corso; così come il patrocinio alla manifestazione delle istituzioni locali, almeno formalmente, non risulta.
Ciò che avrebbe dovuto attirare l'attenzione degli osservatori è comprendere la finalità della tre giorni di laboratorio.
Dal manifesto programmatico dell'evento, dopo un'introduzione sull'importanza del gioco per i bambini, si legge che “con l'ausilio di una storia sarà affrontato il tema degli stereotipi di genere legati alle professioni e all'abbigliamento. Delle grandi ceste piene di vestiti e accessori di vario tipo permetteranno alle bambine e ai bambini di sperimentare diversi travestimenti alla scoperta di sé e degli altri”.
La domanda sorge più che spontanea: che senso ha?
Oggi abbiamo donne che lavorano nelle forze dell'ordine e nell'esercito, donne che sono giudici, avvocatesse, manager, dirigenti pubbliche ed imprenditrici, vestite con divise (ed armate) o con abiti professionali, in ambienti prima quasi esclusivamente maschili.
Altresì, abbiamo uomini che fanno i badanti per anziani e malati, i colf, uomini che si occupano di profumeria, di cosmesi, di trucco, di acconciature, di sartoria e di cucina e di altre mansioni prima tipicamente femminili. Ed anche in questo caso, indossano gli indumenti consoni al loro mestiere.
Così come abbiamo quei settori dove uomini e donne portano la stessa uniforme e sono “uguali”, perché lo richiede la propria professione (commessi, addetti della grande distribuzione, infermieri, medici, etc).
Queste persone sono madri, padri, fratelli, sorelle. zii, amici degli stessi bambini, che quindi conoscono e riconoscono tale realtà e non hanno alcun stereotipo di genere.
Allora, qual'è lo scopo di questo laboratorio, che si rivolge a bambini molto piccoli (dai 4 agli 8 anni)?
Per sintetizzare, pensiamo che il messaggio indirizzato ai bambini sia, in realtà, di vestirsi come gli pare, in base a ciò che si sentono di fare o di essere, indipendentemente dalla loro identità e natura maschile o femminile: la fantomatica Teoria Gender.
Per antonomasia, i bambini sono l'espressione dell'innocenza, della verità e della naturalezza: se un bambino non riconosce la figura o sorride davanti ad un uomo barbuto vestito da donna, perché devono intervenire gli adulti, con le costruzioni mentali tipiche dell'adulto, per plagiarlo e convincerlo del contrario, senza considerare la mancanza di malizia e di cattiveria del suo gesto, così come lo stato della maturità dello stesso bambino?
In una società giusta o quantomeno civile, i bambini dovrebbero essere la prima categoria privilegiata e rispettata, perché rappresentano il futuro di una nazione.
Siamo ben lontani da una realtà del genere, ma almeno il mondo dei bambini, i loro giochi e la loro innocenza non dovrebbero essere inquinati dalle sovrastrutture degli adulti.

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Cagliari.

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