lunedì 23 giugno 2014

LAURA BOLDRINI, PRESIDENTE DI NESSUNO


Dopo tante critiche virtuali, nonché qualche “tumulto” parlamentare, è arrivata (finalmente) una sonora contestazione pubblica a Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati.
Non è la prima volta che accade, peraltro.
Ma a giudicare dallo stato d'animo della folla, sembra davvero che il popolo italiano sia esasperato.
A Siracusa, in Sicilia (altra isola che, come la Sardegna, patisce una gravissima crisi economica, ma che soprattutto soffre a causa di un'immigrazione ormai incontrollata), il suo intervento è stato sommerso da una bordata di fischi.
Un anno fa, ai Fori Imperiali di Roma, contestata dagli astanti, se n'era andata indispettita.
Almeno stavolta è rimasta al suo posto, intrattenendo i siracusani col solito, prevedibile pistolotto terzomondista.
Ricordiamo che Laura Boldrini è divenuta Presidente della Camera pur senza possedere alcun reale merito e soprattutto senza alcuna esperienza politica (prerequisito necessario per una carica così rilevante).
Non a caso è stata invitata da più parti a dimettersi.
E le critiche non sono arrivate soltanto dai “nemici” della destra, ma anche dagli “amici” grillini.
Spesso ha inframmezzato il suo demagogico immigrazionismo ad un femminismo un po' ipocrita.
Basti pensare che la Presidente frequenta assiduamente l'ormai famoso bungalow nella tenuta di Stato di Castelporziano.
La stessa tenuta dove nientemeno che Benito Mussolini incontrava le sue numerose amanti.
Ma la Boldrini non era contro la mercificazione del corpo femminile?
Viva la coerenza.

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Nuoro.
 
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lunedì 16 giugno 2014

UN TAGLIO DELLE LEGGI: ALLO STATO ED ALLE REGIONI.


La riforma del Titolo V, per definire le competenze di Stato e Regioni è opportuna. Ma non basta. Bisogna porre un freno anche all’inflazione di leggi regionali, spesso inutili, mal coordinate fra loro e mai sottoposte a valutazione sulla loro reale efficacia. 
La riforma del Titolo V della Costituzione è una delle materie che il Governo intende affrontare nei prossimi mesi, nel quadro di una riforma istituzionale che per ora si sta dimostrando dilettantistica, brutta, contraddittoria ed inutile.
L'obiettivo è quello di definire meglio la ripartizione delle competenze tra lo Stato centrale e le Regioni, che negli ultimi dodici anni ha alimentato un contenzioso crescente tra le due istituzioni, tanto da rappresentare oggi un terzo del lavoro della Corte Costituzionale (prima del 2001 era il 10 per cento).
Negli ultimi anni il baricentro della Corte si è spostato progressivamente a favore dello Stato, accogliendo il 50 per cento dei suoi ricorsi, contro il 20 per cento di quelli delle Regioni.
Ma non si tratta solo di questo: le Regioni sono chiamate anche a uno sforzo di semplificazione.
Solo da pochi anni, nel nostro Paese, ha cominciato ad affermarsi il concetto che la quantità di leggi non è sinonimo di buona amministrazione e di adeguata risposta alla crescente complessità della società.
Qualche anno fa, l'allora ministro alla "Semplificazione" Calderoli annunciò il rogo di migliaia di leggi nazionali inutili, ma il tempo si è incaricato di dimostrare che quel falò era un’operazione prevalentemente mediatica senza riscontri amministrativi reali, anche a causa del fatto che non coinvolgeva minimamente il tema della normativa regionale.
Eppure, se il problema è quello dell’inflazione di norme, nei loro oltre quaranta anni di storia, anche le Regioni hanno dato un contributo non indifferente.
Il numero di leggi regionali vigenti attualmente equivale a quello delle leggi nazionali, stimato in circa ventimila, ed al contrario del livello nazionale, il trend non appare decrescente.
A loro volta, ed esattamente come accade per quelle nazionali, le leggi regionali spesso hanno dato luogo a una serie di regolamenti applicativi comunali e locali, che hanno ulteriormente complicato il quadro.
Il fenomeno colpisce l’Italia in modo più grave rispetto ad altri Stati europei: paesi come Francia o Gran Bretagna, non solo hanno un numero di leggi nazionali considerevolmente inferiore al nostro, ma non prevedono norme regionali.
Sono tutte utili queste normative regionali? Evidentemente no, anche perché si possono individuare sommariamente tre tipologie: leggi di principio e non finanziate (senza alcuna ricaduta effettiva), norme applicative delle leggi nazionali (delle quali le imprese cominciano a contestare la eccessiva eterogeneità) e infine leggi che erogano contributi a soggetti pubblici e privati nell’ambito regionale.
Non deve destare sorpresa quindi se nel quadro di un riassetto istituzionale un po’ confuso, che ha individuato nelle province (o meglio nel loro livello politico) l’anello debole della catena, riemergono spinte centraliste, che vorranno rivedere gli aspetti di legislazione concorrente previsti dal Titolo V della Costituzione, e non mancheranno neanche coloro che proporranno di sopprimere le competenze normative delle Regioni, mantenendo per loro soltanto funzioni amministrative.
La Sardegna, nella sua lunga storia autonomistica, non fa eccezione, dal momento che sfruttando le maglie larghe concesse dalla sua "specialità" ha legiferato su quasi ogni materia, dall'agricoltura al lavoro, dal turismo alla pesca, dal finanziamento di sagre, mostre e fiere alla ricerca scientifica e tecnologica. Tutto questo "dinamismo", dovuto più che a reali necessità al soddisfacimento di interessi locali o dei politici di turno, ha prodotto una stratificazione normativa ormai difficile da gestire soprattutto per i cittadini e gli operatori economici che volessero investire nell'Isola. 
Cosa può fare la giunta Pigliaru per invertire il trend e creare finalmente un assetto normativo snello e soprattutto efficiente ed efficace?
Il primo passo potrebbe essere costituito, per esempio, dall'istituzione di un tavolo per la semplificazione che, coinvolgendo anche le parti sociali e gli enti locali, dopo un lavoro di pochi mesi, porterebbe all'abrogazione almeno di quelle leggi regionali che dovessero essere giudicate obsolete, soprattutto in materia urbanistica ed ambientale.
Tuttavia, il problema dell’inflazione normativa anche in Sardegna non risiede semplicemente nel numero delle leggi, ma nella loro mancanza di coordinamento e nel loro contenuto frammentario. Per questo motivo un altro consiglio che la giunta regionale dovrebbe seguire è quello di avviare una valutazione ex post delle norme esistenti al fine di valutarne l’effettiva utilità: questa procedura permetterebbe di superare i semplici monitoraggi delle norme previsti finora e di realizzare analisi controffattuali in grado di verificare anche cosa sarebbe successo in loro assenza o di predisporre aggiornamenti e modifiche capaci di migliorare l'azione degli enti locali, l'attività degli operatori economici e, più in generale, la vita dei cittadini.
La mancanza di effettivi percorsi di valutazione, infatti, contribuisce solo a una ideologizzazione del dibattito politico e all'accumulo di norme che col passare del tempo diventano contraddittorie e di difficile applicazione. 
Queste azioni di semplificazione amministrativa, riduzione ed accorpamento di testi normativi ecc., però, non possono essere lasciati al solo livello politico o centrale, ma sarebbe opportuno che ogni struttura pubblica in generale si dotasse di tavoli tecnici o di procedure in grado di effettuare costantemente quelle semplificazioni che gli enti locali, gli operatori economici ed i semplici cittadini ormai chiedono con sempre maggiore forza per uscire dal labirinto della burocrazia e, più in generale, migliorare la situazione economica di una regione ha già abbastanza problemi ad uscire da una crisi che, nonostante i tanti annunci di "luci in fondo al tunnel", è ancora ben lontana dall'essere superata.  
Per ora, la giunta regionale ha avviato solo l'accorpamento di alcune direzioni generali e agenzie, ma sarebbe il caso che almeno una parte della retribuzione di risultato di dirigenti e funzionari fosse collegata al raggiungimento di obiettivi legati alla semplificazione normativa.

 
A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Sassari.

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venerdì 6 giugno 2014

“DIRITTO ALLA CASA A CAGLIARI: PER POCHI E NON PER TUTTI”.


Esplode drammaticamente l'emergenza abitativa e sociale a Cagliari: sono cronaca di questi giorni e settimane tentativi di occupazione di alloggi, sfratti forzosi con ricorso alle forze dell'ordine, proteste per lo stato di abbandono e degrado delle strutture di edilizia popolare già assegnate.
I maggiori problemi e polemiche si sono registrati nei quartieri popolari di Sant'Elia e San Michele, da sempre dimenticati dalle varie giunte comunali e tristemente noti come “quartieri difficili”.
La crisi economica ha aumentato in maniera esponenziale il bisogno di una casa da parte di singoli cittadini ed intere famiglie, che non possono permettersi l'acquisto o l'affitto di un alloggio ai prezzi di mercato.
Al contempo, non c'è stata una risposta adeguata da parte dello Stato centrale e dei suoi organi periferici, Regione Sardegna (che opera attraverso A.R.E.A. - Azienda Regionale per l'Edilizia Abitativa) e Comune di Cagliari.
L'unica soluzione per fronteggiare efficacemente questa emergenza è un piano straordinario di investimenti per l'edilizia popolare, attraverso la costruzione di nuove case, fornite di servizi e sottoservizi necessari, da inserire nel tessuto urbano esistente, senza creare “ghetti” isolati, nel rispetto delle regole e delle nuove tecniche costruttive, tenendo alla larga i soliti gruppi di affaristi e speculatori immobiliari.
Compito delle amministrazioni, in primis il Comune, occuparsi della gestione dei nuovi alloggi, destinando parte di essi ad affitto (con un canone di locazione calmierato ed equo) e parte a titolo gratuito, stabilendo criteri chiari e trasparenti per l'assegnazione delle case e regole precise e non derogabile per usufruirne.
Sempre nell'interesse di tutta la comunità cittadina.
Tutto questo si può realizzare solo attraverso unità di intenti ed una forte volontà politica, da tradurre di azioni concrete e non slogan da campagna elettorale.
Paradossalmente, a Cagliari esponenti della sinistra, che siedono tra i banchi della maggioranza di che appoggia il Sindaco Zedda, oggi scendono in piazza per protestare per l'emergenza casa: ma contro chi?
Contro loro stessi verrebbe da dire o ancora peggio contro la stessa causa che sostengono di difendere.
Questo Consiglio Comunale, lo ricordiamo in carica dal 2011, è a maggioranza di centro-sinistra, il nuovo Governatore della Regione Sardegna, il Professor Pigliaru, è di centro-sinistra, il governo romano è di centro-sinistra, il più votato euro-deputato per la nostra circoscrizione è di centro-sinistra.
Quindi, ci sono tutte le componenti politiche convergenti, a vari livelli istituzionali, per affrontare e risolvere l'emergenza abitativa non solo a Cagliari, ma in tutta la Sardegna, se ci fosse davvero la volontà di farlo.
 
A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Cagliari.

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