lunedì 16 settembre 2013

"L'EUROPA ESCE DALLA CRISI: QUANDO TOCCHERA' ALL'ITALIA?"


Da qualche settimana si sente parlare con sempre più insistenza di ripresa.
Da una serie di indicatori, sembrerebbe che il peggio sia passato, poichè vi sono settori nei quali la cupa discesa  o si e’ arrestata o, almeno, ha rallentato la sua velocità.
Vi sono, soprattutto, segnali di minore pessimismo nelle previsioni degli operatori economici. Tuttavia non è ancora certo che tutto ciò indichi davvero l’inizio di una ripresa o sia solo un piccolo sussulto dovuto soprattutto alla necessità di riportare un po’ di scorte nei magazzini, divenuti sempre più vuoti con il progredire della crisi.
Il piccolo risveglio dell’economia europea ed americana apre indubbiamente un sipario di speranza, anche se esso è accompagnato da segni di minor dinamismo proprio in quei Paesi che hanno guidato negli scorsi anni lo sviluppo dell’economia mondiale, come Cina, Brasile ed India.
Non vi sono, inoltre, segni di ripresa dell’occupazione, che costituisce il vero segnale del cambiamento del ciclo economico.
In assenza di una svolta radicale della politica di eccessiva austerità imposta dalla Germania,  prendiamo comunque atto dei modesti effetti avuti dai progressi dell’economia europea annunciati in questi ultimi giorni.
Tuttavia, il rafforzamento del nostro sistema economico deve per forza appoggiarsi anche su una ripresa dei consumi interni, ancora in calo o al massimo in fase di stagnazione.
Un piccolo respiro è certo prodotto dalle recenti decisioni del Governo, volte ad incentivare l’acquisto di determinati beni e ad accelerare i pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese.
Tuttavia, il fatto che, dopo parecchi trimestri di continua caduta, le ultime previsioni europee segnino un piccolo segno positivo mentre quelle italiane continuino a presentarci il segno meno, è dovuto sostanzialmente alla debolezza dei nostri consumi: le esportazioni hanno fatto finora il loro dovere, ma in futuro saranno ancora chiamate a sostenere la nostra economia.
Se la crescita dei consumi è necessaria, dobbiamo tuttavia pensare a quali consumi cresceranno e quali saranno invece in diminuzione.
Questi anni di crisi, di mutamenti strutturali, di progresso economico e di cambiamento dei gusti hanno trasformato il mondo ed i futuri consumi non saranno come quelli passati.
Soprattutto nei giovani, ma non solo tra di loro, diminuiranno molti consumi nel campo dell’abbigliamento e di molti altri prodotti tradizionali, mentre cresceranno gli acquisti dei beni legati all’informazione ed alla comunicazione, alla cura della persona e alla salute.
Se esaminiamo le nostre strutture produttive, troviamo che molti di questi nuovi beni o servizi non sono prodotti dal nostro Paese ma debbono essere importati.
Non può sfuggire a nessuno il fatto che, prendendo in esame le innovazioni più di successo degli ultimi vent'anni nei nuovi settori, esse non siano mai state prodotte e non siano tuttora prodotte in Italia.
Dai computer ai telefoni portatili fino agli infiniti prodotti ad essi correlati, sempre più dipendiamo da tecnologie straniere.
Non solo nei beni ma anche nei servizi: pensiamo che quando passiamo dalla lettura dei giornali sulla carta stampata all’edizione elettronica, almeno il 30% del costo del nostro abbonamento entra nelle casse dei fornitori di software e prende perciò la via degli Stati Uniti o, più spesso, dell'Estremo Oriente.
Un caso analogo riguarda i consumi di lusso: è vero che essi sono fabbricati in Italia in grande quantità, ma molta parte del loro valore aggiunto si dirige verso le imprese straniere che hanno acquistato le nostre aziende e ne incassano perciò i margini commerciali e i profitti, in generale assai superiori ai ricavi che vanno alla produzione.
Se poi passiamo dai nuovi consumi a quelli più tradizionali, come l’automobile, troviamo altri motivi di preoccupazione.
Anche se difficilmente raggiungerà i livelli del passato (perché anche in questo campo le abitudini sono cambiate), la domanda di automobili crescerà con la ripresa, trovando però una situazione totalmente diversa da quella passata.
La produzione nazionale, che si aggirerà quest'anno sulle 400 mila vetture, copre meno di un terzo del nostro consumo interno.
Eravamo tra i grandi produttori europei ed ora nascono nei nostri stabilimenti un quinto delle vetture che escono dalle catene di montaggio di Spagna o Gran Bretagna.
Un’involuzione impressionante per un settore che rimane ancora vitale per gli equilibri di ogni sistema economico, come dimostra l’enorme sforzo del governo americano dedicato a raddrizzare i malconci fabbricanti locali.
Una ripresa dei consumi in condizioni così precarie rimetterebbe in crisi la nostra bilancia commerciale e metterebbe, quindi, a rischio ogni possibilità di avere una crescita stabile, cosa di cui abbiamo assoluto bisogno per porre rimedio a tutti i nostri guai.
Per scongiurare questa eventualità, è necessario che il Governo adotti una serie di rimedi drastici quali:
1) indirizzare subito risorse verso la ricerca e lo sviluppo e verso la formazione tecnica, con tangibili aiuti alle strutture di insegnamento e dagli allievi che le frequentano;
2) concedere incentivi per la fusione tra le piccole e medie imprese;
3) ricostruire le strutture finanziarie pubbliche e private, per farle crescere e conquistare i mercati esteri; 
4) smantellare gli ostacoli burocratici e l’incertezza del diritto, che fanno fuggire gli investimenti stranieri dal nostro territorio.
In definitiva, l'imperativo categorico deve essere quello di rimettere la politica industriale al centro dell’azione del Governo e del Paese.
Altrimenti continueremo a lamentarci di essere il fanalino di coda del nostro continente.
Non è infatti scontato che la nave della possibile ripresa europea accolga a bordo tutti i passeggeri. 

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Sassari.

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