lunedì 9 settembre 2013

"DALLA PARTE DELLA SIRIA CONTRO IL MALE AMERICANO"

Per decenni, le “rivoluzioni” sono state appoggiate o contrastate dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, che si sfidavano in ogni angolo del pianeta, fornendo soldi, armi ed istruttori militari alle fazioni loro “amiche”.
Sul tavolo oggi c’è un piatto molto appetibile che si chiama MENA, acronimo che sta per Middle East and North Africa e che raggruppa il sessanta percento delle riserve mondiali di petrolio e quasi la metà di quelle di gas naturale.
La “Primavera Araba” è stata per Washington una grande occasione, non perché aneli alla libertà ed alla pace, ma perché vorrebbe sostituire ai governi laici di Siria, Egitto e Libia, legati in qualche modo alla concezione statalista e nazionalista dell’economia, dei governi islamisti con scopi  ben precisi dal punto di vista geopolitico.
Del resto, gli accordi tra Usa ed Egitto valgono qualcosa come un miliardo e mezzo di dollari all’anno in aiuti economici e militari e valgono molto soprattutto dal punto di vista politico.
La “Primavera” è diventata così un “Inverno” di sangue e fanatismo, che ha lasciato i paesi coinvolti nel disordine e nell'incertezza di un futuro, di cui, per ora , si scorgono solo le catene dello straniero.
Dopo il presunto attacco con armi chimiche del 21 agosto, è esploso il caso Siria, teatro da quasi due anni di una guerra civile, che agli occhi più attenti è apparsa subito come qualcosa ben diversa da un semplice scontro fra fazioni nemiche di uno stesso paese.
La Siria è sempre stata considerata il paese più sicuro di tutta l'area Medio-orientale: nella sua capitale Damasco la popolazione poteva permettersi una vita normale ed anche se lentamente si avvertivano miglioramenti costanti continui in ogni campo.
Da sempre quindi, il paese è stato  difficile da controllare per potenze vicine o internazionali; e già Al Hassad padre aveva ritagliato per la sua Siria un ruolo fondamentale di bilanciamento delle tensioni nell'area mediorientale e di contenimento del fondamentalismo religioso.
L'inizio della “Primavera siriana” risale al giugno 2011, quando iniziarono le prime proteste pacifiche contro il governo Hassad.
Le proteste ben presto si trasformarono in una vera è propria guerriglia intrisa di fondamentalismo islamico, ma combattuta in realtà da mercenari stranieri come documentato dall'intelligence del Servizio federale tedesco (Bundesnachrichtendienst, BND), che ha dimostrato che solo il 5% degli uomini armati in Siria sono siriani ed il resto è costituito da elementi di origine straniera.
Ancora una volta dietro le rivolte popolari si nascondono  azioni già definite a “tavolino” con il preciso scopo di indebolire il Paese intervenendo poi per instaurare un governo “amico”, che garantisca il controllo economico di quell'area.
Un copione già visto dal Sud America all'Iraq, che in questi giorni il premio Nobel per la pace e presidente degli Stati Uniti Barrak Obama vorrebbe portare all'ultimo atto.
Per ora, in Siria il bilancio  è di un Paese al collasso: 70mila vittime, oltre un milione di rifugiati nei Paesi vicini (Giordania, Libano, Turchia, Iraq), la distruzione di città antiche e bellissime, come il suq di Aleppo, una crisi economica ed umanitaria che ha fatto impennare il tasso di disoccupazione e quello di inflazione.
Lo stesso embargo imposto  diventa di fatto un blocco economico e non uno strumento utile a favorire i diritti umani e la pace.
L'intensificarsi del conflitto siriano con  attacco da parte degli Stati Uniti porterebbe soltanto  un'ondata di violenze settarie nell'intera regione, dal Libano, all'Iraq, alla Turchia  un'eventuale vittoria delle forze di ispirazione musulmana a Damasco trasformerebbe il Medio Oriente in un'enclave dei Fratelli Musulmani, oggi considerati partner affidabili dal mondo occidentale, dopo essere stati per anni nella lista nere delle organizzazioni terroristiche.

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Cagliari.

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