lunedì 23 settembre 2013

"LA DERIVA ITALIANA VERSO L'AFRICA"


Il destino economico che attende il nostro Paese in questo momento?
Più in direzione dell’Africa che non verso l’Europa, o ciò che è rimasto di questo  nobile continente ed incerta  moderna istituzione.
E’ la sintesi della valutazione impietosa, che non vorremmo mai dare e che non vorremmo mai che accadesse, eppure è quanto stiamo assistendo, oltre a non lasciare  il minimo dubbio sulle capacità di sopravvivenza di una classe politica timoniera del Paese, ormai da tempo alla deriva in tutti i campi, proprio tutti.
In primis, lo stato economico e sociale lascia presagire una forte ed intensa volontà di portare l'Italia con una piccola vela d'emergenza verso i caldi e poveri livelli sociali ed economici equatoriali africani, invece di trovare la forza ed il coraggio necessario per risalire la corrente controvento, sganciandosi dall'enorme zavorra che grava sulla nostra condizione economica: Euro, BCE, FMI,  lentamente ma non troppo, negli ultimi anni hanno inciso negativamente  e chirurgicamente su tutti i fronti, utilizzando come migliori complici ed esecutori materiali tutti gli uomini dei governi susseguitisi fino ad oggi:  IMU, aumento dell'IVA, TARES, tasse di tutti i generi possibili ed immaginabili, senza tralasciare mai in secondo piano la speculazione bancaria ed il signoraggio, padroni indisturbati di un contesto quasi irrimediabilmente irreparabile.
Passando poi ad un'analisi più ristretta, negli ultimi due o tre anni, abbiamo una lettura che non sembra lasciare spazio a chiavi differenti: il Governo "impastato" non sta facendo nulla di veramente utile  per i cittadini, su IVA, su IMU o su ciò che si è fatto in passato riguardo agli accordi presi a Bruxelles.
Diremmo, quindi, che siamo davvero in altissimo mare: ogni giorno abbiamo la certezza che la destinazione Africa sia una rotta di non ritorno, attraverso questa inopposizione a all'immigrazione di massa e selvaggia, dai paesi africani e non, verso la nostre coste. Aggiungiamoci il diritto di cittadinanza incondizionato per tutte le persone nate in Italia, il famigerato “Ius soli”, l'espressione giuridica più citata ed acclamata dall'attuale classe politica dirigente, ed abbiamo detto tutto.
Più vicini all’Africa, dunque, ed alla povertà, dicevamo, che ad un'Europa dei Popoli del riscatto, che con sincero nazionalismo lottano contro Bruxelles, contro banche e banchieri; ultima, per cronologia, l'Ungheria del Presidente Orban, di cui i media “democratici” oscurano riforme e provvedimenti di grande consenso popolare. 
Più vicini all'Africa dunque per molti, ma non per tutti.
Per Forza Nuova, l'unica alternativa a questa deriva consiste in un cambiamento radicale dell'attuale sistema di gestione governativo e politico,  proponendo un programma rivoluzionario per il cambiamento di rotta, l'inversione di marcia e tendenza, l'unica via di risalita e rinascita del nostro Paese, verso la formazione di una forte e nuova Europa dei Popoli: il “Festival Boreal”, svoltosi da poco a Milano, ne è stato un piccolo anticipo, un presagio positivo per chi crede ancora nel segno della riscossa e del cambiamento.
Per chi crede ancora che il futuro della nostra amata patria non sia terra d'Africa.

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Ogliastra.


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lunedì 16 settembre 2013

"L'EUROPA ESCE DALLA CRISI: QUANDO TOCCHERA' ALL'ITALIA?"


Da qualche settimana si sente parlare con sempre più insistenza di ripresa.
Da una serie di indicatori, sembrerebbe che il peggio sia passato, poichè vi sono settori nei quali la cupa discesa  o si e’ arrestata o, almeno, ha rallentato la sua velocità.
Vi sono, soprattutto, segnali di minore pessimismo nelle previsioni degli operatori economici. Tuttavia non è ancora certo che tutto ciò indichi davvero l’inizio di una ripresa o sia solo un piccolo sussulto dovuto soprattutto alla necessità di riportare un po’ di scorte nei magazzini, divenuti sempre più vuoti con il progredire della crisi.
Il piccolo risveglio dell’economia europea ed americana apre indubbiamente un sipario di speranza, anche se esso è accompagnato da segni di minor dinamismo proprio in quei Paesi che hanno guidato negli scorsi anni lo sviluppo dell’economia mondiale, come Cina, Brasile ed India.
Non vi sono, inoltre, segni di ripresa dell’occupazione, che costituisce il vero segnale del cambiamento del ciclo economico.
In assenza di una svolta radicale della politica di eccessiva austerità imposta dalla Germania,  prendiamo comunque atto dei modesti effetti avuti dai progressi dell’economia europea annunciati in questi ultimi giorni.
Tuttavia, il rafforzamento del nostro sistema economico deve per forza appoggiarsi anche su una ripresa dei consumi interni, ancora in calo o al massimo in fase di stagnazione.
Un piccolo respiro è certo prodotto dalle recenti decisioni del Governo, volte ad incentivare l’acquisto di determinati beni e ad accelerare i pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese.
Tuttavia, il fatto che, dopo parecchi trimestri di continua caduta, le ultime previsioni europee segnino un piccolo segno positivo mentre quelle italiane continuino a presentarci il segno meno, è dovuto sostanzialmente alla debolezza dei nostri consumi: le esportazioni hanno fatto finora il loro dovere, ma in futuro saranno ancora chiamate a sostenere la nostra economia.
Se la crescita dei consumi è necessaria, dobbiamo tuttavia pensare a quali consumi cresceranno e quali saranno invece in diminuzione.
Questi anni di crisi, di mutamenti strutturali, di progresso economico e di cambiamento dei gusti hanno trasformato il mondo ed i futuri consumi non saranno come quelli passati.
Soprattutto nei giovani, ma non solo tra di loro, diminuiranno molti consumi nel campo dell’abbigliamento e di molti altri prodotti tradizionali, mentre cresceranno gli acquisti dei beni legati all’informazione ed alla comunicazione, alla cura della persona e alla salute.
Se esaminiamo le nostre strutture produttive, troviamo che molti di questi nuovi beni o servizi non sono prodotti dal nostro Paese ma debbono essere importati.
Non può sfuggire a nessuno il fatto che, prendendo in esame le innovazioni più di successo degli ultimi vent'anni nei nuovi settori, esse non siano mai state prodotte e non siano tuttora prodotte in Italia.
Dai computer ai telefoni portatili fino agli infiniti prodotti ad essi correlati, sempre più dipendiamo da tecnologie straniere.
Non solo nei beni ma anche nei servizi: pensiamo che quando passiamo dalla lettura dei giornali sulla carta stampata all’edizione elettronica, almeno il 30% del costo del nostro abbonamento entra nelle casse dei fornitori di software e prende perciò la via degli Stati Uniti o, più spesso, dell'Estremo Oriente.
Un caso analogo riguarda i consumi di lusso: è vero che essi sono fabbricati in Italia in grande quantità, ma molta parte del loro valore aggiunto si dirige verso le imprese straniere che hanno acquistato le nostre aziende e ne incassano perciò i margini commerciali e i profitti, in generale assai superiori ai ricavi che vanno alla produzione.
Se poi passiamo dai nuovi consumi a quelli più tradizionali, come l’automobile, troviamo altri motivi di preoccupazione.
Anche se difficilmente raggiungerà i livelli del passato (perché anche in questo campo le abitudini sono cambiate), la domanda di automobili crescerà con la ripresa, trovando però una situazione totalmente diversa da quella passata.
La produzione nazionale, che si aggirerà quest'anno sulle 400 mila vetture, copre meno di un terzo del nostro consumo interno.
Eravamo tra i grandi produttori europei ed ora nascono nei nostri stabilimenti un quinto delle vetture che escono dalle catene di montaggio di Spagna o Gran Bretagna.
Un’involuzione impressionante per un settore che rimane ancora vitale per gli equilibri di ogni sistema economico, come dimostra l’enorme sforzo del governo americano dedicato a raddrizzare i malconci fabbricanti locali.
Una ripresa dei consumi in condizioni così precarie rimetterebbe in crisi la nostra bilancia commerciale e metterebbe, quindi, a rischio ogni possibilità di avere una crescita stabile, cosa di cui abbiamo assoluto bisogno per porre rimedio a tutti i nostri guai.
Per scongiurare questa eventualità, è necessario che il Governo adotti una serie di rimedi drastici quali:
1) indirizzare subito risorse verso la ricerca e lo sviluppo e verso la formazione tecnica, con tangibili aiuti alle strutture di insegnamento e dagli allievi che le frequentano;
2) concedere incentivi per la fusione tra le piccole e medie imprese;
3) ricostruire le strutture finanziarie pubbliche e private, per farle crescere e conquistare i mercati esteri; 
4) smantellare gli ostacoli burocratici e l’incertezza del diritto, che fanno fuggire gli investimenti stranieri dal nostro territorio.
In definitiva, l'imperativo categorico deve essere quello di rimettere la politica industriale al centro dell’azione del Governo e del Paese.
Altrimenti continueremo a lamentarci di essere il fanalino di coda del nostro continente.
Non è infatti scontato che la nave della possibile ripresa europea accolga a bordo tutti i passeggeri. 

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Sassari.

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lunedì 9 settembre 2013

"DALLA PARTE DELLA SIRIA CONTRO IL MALE AMERICANO"

Per decenni, le “rivoluzioni” sono state appoggiate o contrastate dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, che si sfidavano in ogni angolo del pianeta, fornendo soldi, armi ed istruttori militari alle fazioni loro “amiche”.
Sul tavolo oggi c’è un piatto molto appetibile che si chiama MENA, acronimo che sta per Middle East and North Africa e che raggruppa il sessanta percento delle riserve mondiali di petrolio e quasi la metà di quelle di gas naturale.
La “Primavera Araba” è stata per Washington una grande occasione, non perché aneli alla libertà ed alla pace, ma perché vorrebbe sostituire ai governi laici di Siria, Egitto e Libia, legati in qualche modo alla concezione statalista e nazionalista dell’economia, dei governi islamisti con scopi  ben precisi dal punto di vista geopolitico.
Del resto, gli accordi tra Usa ed Egitto valgono qualcosa come un miliardo e mezzo di dollari all’anno in aiuti economici e militari e valgono molto soprattutto dal punto di vista politico.
La “Primavera” è diventata così un “Inverno” di sangue e fanatismo, che ha lasciato i paesi coinvolti nel disordine e nell'incertezza di un futuro, di cui, per ora , si scorgono solo le catene dello straniero.
Dopo il presunto attacco con armi chimiche del 21 agosto, è esploso il caso Siria, teatro da quasi due anni di una guerra civile, che agli occhi più attenti è apparsa subito come qualcosa ben diversa da un semplice scontro fra fazioni nemiche di uno stesso paese.
La Siria è sempre stata considerata il paese più sicuro di tutta l'area Medio-orientale: nella sua capitale Damasco la popolazione poteva permettersi una vita normale ed anche se lentamente si avvertivano miglioramenti costanti continui in ogni campo.
Da sempre quindi, il paese è stato  difficile da controllare per potenze vicine o internazionali; e già Al Hassad padre aveva ritagliato per la sua Siria un ruolo fondamentale di bilanciamento delle tensioni nell'area mediorientale e di contenimento del fondamentalismo religioso.
L'inizio della “Primavera siriana” risale al giugno 2011, quando iniziarono le prime proteste pacifiche contro il governo Hassad.
Le proteste ben presto si trasformarono in una vera è propria guerriglia intrisa di fondamentalismo islamico, ma combattuta in realtà da mercenari stranieri come documentato dall'intelligence del Servizio federale tedesco (Bundesnachrichtendienst, BND), che ha dimostrato che solo il 5% degli uomini armati in Siria sono siriani ed il resto è costituito da elementi di origine straniera.
Ancora una volta dietro le rivolte popolari si nascondono  azioni già definite a “tavolino” con il preciso scopo di indebolire il Paese intervenendo poi per instaurare un governo “amico”, che garantisca il controllo economico di quell'area.
Un copione già visto dal Sud America all'Iraq, che in questi giorni il premio Nobel per la pace e presidente degli Stati Uniti Barrak Obama vorrebbe portare all'ultimo atto.
Per ora, in Siria il bilancio  è di un Paese al collasso: 70mila vittime, oltre un milione di rifugiati nei Paesi vicini (Giordania, Libano, Turchia, Iraq), la distruzione di città antiche e bellissime, come il suq di Aleppo, una crisi economica ed umanitaria che ha fatto impennare il tasso di disoccupazione e quello di inflazione.
Lo stesso embargo imposto  diventa di fatto un blocco economico e non uno strumento utile a favorire i diritti umani e la pace.
L'intensificarsi del conflitto siriano con  attacco da parte degli Stati Uniti porterebbe soltanto  un'ondata di violenze settarie nell'intera regione, dal Libano, all'Iraq, alla Turchia  un'eventuale vittoria delle forze di ispirazione musulmana a Damasco trasformerebbe il Medio Oriente in un'enclave dei Fratelli Musulmani, oggi considerati partner affidabili dal mondo occidentale, dopo essere stati per anni nella lista nere delle organizzazioni terroristiche.

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Cagliari.

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giovedì 5 settembre 2013

"TRADIZIONE FORMAZIONE RIVOLUZIONE"

Sabato 7 e domenica 8 settembre 2013, nella provincia di Cagliari, si svolgerà il primo Campo di Forza Nuova in Sardegna: sarà una due giorni di comunità, lavoro e formazione culturale, con convegni, conferenze e musica.
Il tutto immerso nella natura della Sardegna.
Il Campo sarà attrezzato per soggiornare come in campeggio, con tenda e sacco a pelo; non mancherà la la cucina tipica con prodotti locali, a prezzi nazional-popolari.
Il Campo sarà occasione di incontro, confronto e dibattito per i dirigenti e militanti forzanovisti, simpatizzanti ed amici del Movimento.

A cura della Segreteria Regionale di Forza Nuova Sardegna.

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lunedì 2 settembre 2013

"SARDI: PADRONI A CASA NOSTRA?"

“Non possiamo accettare situazioni d’illegalità. In città sono tante le condizioni di famiglie che vivono in difficoltà e prive di un’abitazione di proprietà. Ma un accampamento abusivo in uno spazio pubblico non lo possiamo davvero contemplare”.
Con queste parole l’Assessore Comunale ai Servizi Sociali del Comune di Nuoro, Mario Angioi, ha preannunciato l’ordinanza di sgombero che costringerà Alessandro Fadda, 58 anni nuorese e la sua compagna rumena, a cercare un nuovo alloggio.
Una vicenda triste: Alessandro, originario di Nuoro, dopo aver lavorato in giro per la Sardegna (recentemente in qualità di dipendente di una cooperativa agricola di Sassari, che però è fallita, lasciandolo sul lastrico), ha deciso di ritornare nella sua città di origine, memore della bontà e del senso di giustizia dei suoi concittadini.
Ha così ripiegato su un alloggio poco ortodosso (una tenda), certamente abusivo, ma in una posizione molto isolata, in modo da non arrecare alcun fastidio agli abitanti delle vie circostanti.
Ma evidentemente non aveva fatto i conti con l’amministrazione comunale.
Ci si domanda come mai non vi sia altrettanta solerzia e precisione nel pulire i marciapiedi della città dagli escrementi dei cani, spesso randagi e quindi pericolosi,o come mai le strade siano perennemente dissestate.
Ma soprattutto, ci si chiede perché il Comune di Nuoro, governato da tempo immemore da giunte di centrosinistra, non si sia mai attivato qualora le situazioni di degrado, vero e proprio, riguardassero persone straniere.
Pochi anni fa, nel 2005, l’allora Assessore ai Servizi Sociali, rammaricato di non poter “dare una casa” a una ventina di Rom, si premurava di attrezzare e rendere vivibile il campo nomadi, ricordando che all’uopo vi erano "appositi finanziamenti regionali": lo scuolabus dei Servizi Sociali attraversava comunque tutta la città, arrivando fino al campo di Pratosardo, per prelevare i piccoli Rom e raggiungere le elementari di Monte Gurtei.
Tutto gratis.
Un gruppo di venti stranieri viene tutelato, ma se c’è di mezzo un sardo la cosa non sta in piedi: strano, no?
D’altro canto, il trend è questo oramai da anni: i forestieri, indipendentemente  dal loro “status” economico, in Sardegna possono fare tutto ciò che vogliono, forti dell’acquiescenza e della connivenza di politici servili ed incapaci.
Gli esempi sono innumerevoli,  dalla Costa Smeralda svenduta prima agli arabi, poi ai milanesi, poi di nuovo agli arabi (è di questi giorni la polemica per il grangalà organizzato da Cappellacci), alla ridicola proposta, avanzata qualche anno fa dall’ex Sindaco di Urzulei, di ripopolare i paesi spopolati coi profughi provenienti dal Nordafrica.
Suggeriamo ad Alessandro di fare in modo che sia la sua compagna e non lui a fare richiesta di una casa popolare, di un lavoro o perlomeno di una proroga: paradossalmente, potrebbe ricevere maggiore tutela, in quanto rumena.
Benvenuti in Sardegna, anno 2013: una terra che rifiuta e ripudia i propri figli, ma riserva tappeti rossi agli stranieri.

A cura della Federazione Provinciale di Forza Nuova Nuoro.

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